domingo, 26 de febrero de 2012

DELINQUENTE A PIEDE LIBERO

Volevo scrivere qualcosa sulla straordinaria assoluzione di quel delinquente di Silvio Brlusconi. Ma davvero non ho parole. Troppo sdegno, troppo dolore, troppa rabbia. L’ha fatta franca un’altra volta, grazie a 10 anni di leggi ad personam, di sotterfugi, dieci anni spesi a non governare l’Italia, governando solo nel suo interesse, per eludere i processi, per uscire indenne da quelli inevitabili, per salvare il suo impero fondato sulla delinquenza. Qualcosa che nessun altro paese democratico avrebbe tollerato.
Voglio solo ricordare che Berlusconi NON è innocente: effettivamente ha commesso il fatto. È solo scaduto il termine legale per condannarlo.

domingo, 5 de febrero de 2012

L'UNIVERSITÀ SPIEGATA AGLI ITALIANI

Parlare dell’università italiana meriterebe un discorso così lungo che a mala pena potrebbe entrare in un libro. Ma proverò qui ad analizzare le cause del disastro italiano in poche righe e parlando chiaro, anche sulla base della mia esperienza personale.

Ho letto un articolo in cui il viceministro Martone ha definito sfigati e bamboccioni gli studenti italiani fuori corso e che la colpa è loro e del loro scarso senso di responsabilità (v. Repubblica). Ha ragione. E, come si sa, la verità fa male. Ma doveva dire anche tante altre cose, come per esempio, che la colpa è dei genitori affetti da titolite, contratta a causa di un’atavica abitudine al rispetto per la gerarchia piuttosto che per il valore umano, doveva dire che in Italia il mercato del lavoro è falsato, dell’atavica abitudiune alla raccomandazione, che l’accesso alla docenza universitaria è chiuso, endogamico e clientelista, che i programmi e le metodologie sono antiche e spesso distanti dalla realtà, che le strutture sono antiquate, quando non proprio inesistenti, e che il sistema di ricerca praticamente è abbandonato a sé stesso da decenni, dato che il budget per la ricerca l’innovazione o la formazione si riduce ogni anno, che le borse per il diritto allo studio sono scarse, etc.

Vediamo di analizzare un po’ la questione. Innanzitutto conviene chiarire già a quale laureati ci si riferisce,quando si parla di “laureati”, giacché la necessaria ed utile, ma mal fatta, riforma che ha instaurato il 3+2, ha trasformato dei mezzi laureati in laureati. Ora, la riforma si imponeva, visto che in Italia tutti vogliono il figlio “dottore”. E questo è il primo problema del nostro paese: la titolite, una malattia gravissima, che colpisce quasi tutte le famiglie e causa di molti dei disastri del nostro sistema educativo medio (liceo ed istituti) e superiore (università).

Altra questione. Il costo degli studenti fuori corso. Gli studenti universitari costano davvero un pozzo di soldi (v. Repubblica). Qualcuno si lamenta dei costi delle tasse universitarie, ma non sa che i 2.000 euro che paga come iscritto sono solo 1/10 di quanto lo stato paga per l’universitario medio, senza contare i costi pregressi delle strutture. Ogni studente costa allo stato 20.000-30.000 euro all’anno. Ora, è facile capire che se gli studenti dovessero pagarsi le tasse completamente, all’università ci andrebbe un quinto delle persone che ci vanno oggi. E questo, si badi bene, non significa che l’università diventerebbe elitista. E spiegherò perché. È in realtà la stessa confiusione che potra la gente a pensare che l’eame d’accesso è una misura discriminatoria, quando in realtà non lo è.

L’istruzione gratuita, come da corrispondente articolo della Costituzione italiana, è pensata per garantire ai capaci e meritevoli l’accesso ai più alti livelli del sistema educativo. In pratica è un sistema per garantire che le persone capaci e meritevoli, motivate e costanti, cioè intelligenti, ma capaci di sforzarsi, possano arrivare ai livelli più alti della scala dei titoli, i quali, a loro volta, danno accesso ai posti più importanti per uno stato, non solo i meglio pagati (dirigenti), ma anche i più importanti (docenti). In questo sistema borse e sovvenzioni pubbliche o private, assegnate sulla base di criteri congiunti di merito e reddito, dovrebbero garantire che persone povere ma capaci possano godere di un’istruzione superiore gratuita o sovvenzionata; allo stesso modo persone ricche ma capaci potranno accedere agli stessi posti, ma a pagamento, non gravando così sul costo che lo stato sostiene per l’educazione. È un sistema per garantire una MERITOCRAZIA: i meritevoli avanzano, indipendentemente dalla loro origine o provenienza sociale o possibilità economica. Lo stesso dicasi per l’esame d’acceso all’università. Ho passato personalmente nel settembre del 1998 l’esame di ammissione per entrare nel corso di laurea in Scienze della Comunicazione (SdC), quando ancora era una facoltà ambita e seria, con l’acceso programmato, e quindi una facoltà i cui laureati avevano ancora un “valore” di mercato in virtù della loro scarsità. Mi sono laureato (quinquennale) quasi in corso, con soli sei mesi di ritardo, dovuti alla stesura e discussione della tesi. Una mosca bianca.

Tornerò dopo sul dolore che mi ha causato vedere da un giorno all’altro il mio titolo di studio svalutarsi, in seguito ad una vera e propria inflazione dovuta all’apertura dell’accesso in alcuni atenei: mentre fino al 2000 c’erano solo 5000 iscritti all’anno in tutt’Italia in SdC, dal 2000, il primo anno in cui si aprirono i corsi (La Sapienza, Perugia, Lecce, Taranto, etc.) gli iscritti furono 5000 solo alla Sapienza!!!!

Qui invece voglio dire un’altra cosa: e cioè che posso garantire di non essere un genio, sono figlio di una famiglia modesta, di operai con la terza media, un percorso normale al Liceo Classico, eppure ho passato comodamente il tanto temuto ed osteggiato esame d’accesso all’Università, non senza aver passato l’estate della maturità a preparami. Posso assicurare che l’esame avrebbe potuto passarlo facilmente qualsiasi persona mediamente istruita, che legge i giornali e che sa fare i conti, come me. Con questo, si badi bene, non voglio dire che chi non passa l’esame d’ammissione non sia portato per gli studi universitari, come dimostra il fatto che persone che non l’hanno passato si sono poi laureati senza problemi, pochi in realtà. Invece è vero che molti di quelli che non l’hanno passato si sono poi laureati (quando l’hanno fatto) con un ritardo tremendo. Io, che non sono un genio e sono figlio di operai con la terza media, mi sono laureato in 5,5 anni e con 105/110. Ma per farlo ho dovuto compaginare il divertimento con lo studio, fare dei sacrifici e studiare.

Pero, e qui arriva il bello, ad un certo punto, le università aprono l’accesso ai corsi in SdC.
Ora, liberare l’accesso all’università ha dei grandi vantaggi, per esempio per i docenti (più lavoro) e per le istituzioni universitarie stesse, che ricevono sovvenzioni (e potere e prestigio) in base al numero di studenti iscritti. Permette agli studenti di iscriversi liberamente e di cazzeggiare liberamente all’università per anni, prima di andare poi a fare gli stessi lavori che avrebbero fatto senza la laurea, se mai fossero riusciti a prendersela.

Ma soprattutto un accesso libero all’università permette di parcheggiare masse enormi di disoccupati, che così non figurano nelle liste e nelle statistiche (senza peraltro pagargli i sussidi di disoccupazione). Permette agli studenti di non lavorare, quindi di sottrarsi alle proprie responsabilità per altri 5-10 anni. Ma soprattutto permette al Sistema Italia di funzionare come ha sempre funzionato, attraverso la  triade raccomandazione-parentela-affiliazione politica.
Vediamo un esempio. Se l’università fosse un sistema di selezione delle persone in base alle loro capacità, il titolo universitario conseguito distinguerebbe chi vale e chi no per l’occupazione di certi posti di lavoro. Ma se il titolo lo consegue chiunque, anche dopo 10 anni di studio (5 fuori corso), allora il titolo perde ogni valore. In questo caso acquisisce valore un’altra discriminante: raccomandazione-parentela-affiliazione. Ecco perché laureati di grande valore, intelligenti, preparati ma senza i “santi in paradiso” sono a spasso o all’estero. Un altro criterio per discriminare il valore dei laureati suole essere il voto di laurea. Ho assistito a scene in cui gli studenti hanno rifiutato un 28/30 perché volevano il 30/30. Situazioni come queste, oltre ad intasare i meccanismi d’uscita dall’università, che sono, si badi bene, gli esami di profitto, favoriscono il RITARDO negli studi ed i ritardatari (cioè i fuori corso), invece che l’efficacia. In altri paesi europei il voto conseguito al secondo appello vale meno che il voto conseguito al primo, e c’è un numero ridotto di appelli possibili. Quindi, per intendersi, vale di più un 24 al primo appello che un 30 al secondo, senza contare che il prezzo per l’iscrizione agli esami aumenta all’aumentare del numero di appelli cui ci si presenta.

In realtà non mi pare corretto permettere, come si fa agli studenti italiani, di presentarsi ad un esame infinite volte. Questo permette a chi ha delle risorse (soldi) per mantenersi agli studi, di ripetere un esame, allungando indefinitamente i  tempi, paralizzando l’istituzione universitaria mentre penalizza chi, avendo delle risorse limitate, deve sbrigarsi a laurearsi per mantenersi. Di nuovo, il sistema attuale è ingiusto e permette a chi ha di più di avere ancora di più.
Facciamo un esempio con i corsi di laurea di SdC. Fino al 2000 i laureati in SdC erano molto “quotati”, rendendo così secondario il valore della raccomandazione-parentela-affiliazione, fondamentale per trovare lavoro in un settore come quello del giornalismo (v. Murialdi, Il giornale). Liberando l’accesso e inflazionando il numero di lautreati, il titolo di studio non è più un criterio discriminante per accedere alla professione giornalistica, dato che non garantisce più la qualità del laureato, e così si torna alla necessità del santo in paradiso. Chiunque potrà notare che nei mezzi di comunicazione si entra per raccomandazione-parentela-affiliazione, anche perché, diciamoci la vertà, per fare il giornalista oggi va bene chiunque (si copiano i dispacci di agenzia o degli uffici stampa), mentre per fare il pescatore ci vogliono coraggio forza e mani d’acciaio. Consiglio in proposito il famoso articolo di Beppe Grillo Conigliera RAI.

So che quel che dico non piacerà agli studenti universitari italiani, né alle loro famiglie, ma è così. Quel che dico non piacerà neanche alle Università, che hanno la loro parte di colpa. Quanto dico non piacerà neanche ai professori. Diventare professore universitario in Italia è difficilissimo, non perché la selezione privilegi la qualità dei soggetti, ma perché, a parte per i figli d’arte, si arriva alla docenza solo dopo anni di precariato e di umiliazioni, di meschinità e di leccaulismo, e senza che contino le capacità la passione l’abilità per l’insegnamento (ma questo vale un po’ per tutte le categorie d’insegnamento, al meno in Italia). La ricerca scientifica è chiusa ed endogamica e sottodotata di fondi e di capacità. I programmi sono antichi e molto più corposi di quanto non lo siano per gli altri universitari europei, molto teorici e poco pratici, ma questo, di nuovo, vale un po’ per tutti i livelli d’istruzione in Italia.

Ci vuole responsabilità, sforzo, studio, interesse e maturità, da parte degli studenti, dei professori, delle famiglie. Bisogna capire che la laurea non è altro che un titolo di studio con un valore relativo: non dice nulla del valore della persona, dice solo qualcosa a proposito di una qualche capacità di passare certi esami, non dice nulla neanche circa la capacità di studio dei laureati, né circa le loro capacità intellettuali, come dimostra il fatto che veri e propri geni non si sono mai laureati o non si sono mai iscritti all'università. Bisogna quindi demistificare e smitizzare il titolo di studio, oggetto di un verio e proprio feticismo. Bisogna che le famiglie accettino che il figlio dottore non serve a niente se non contribuisce responsabilmente al progresso dello stato, DI TUTTO LO STATO, non solo della sua famiglia. Io preferisco avere un figlio spazzino, operaio, contadino, postino, ma ben pagato, condizione necessaria per spingere la gente a studiare di meno e a lavorare di più, come accade negli altri paesi europei, piuttosto che un laureato sottopagato e frustrato. Preferisco un figlio spazzino contento, convinto di stare facendo un servizio al suo paese e che lavori con la responsabilità che richiede la sua professione, piuttosto che un laureato coglione, bamboccione e sfigato (Martone), incapace di mettere in fila due parole, ma dottore (o mezzo dottore), altra peculiarità tutta italiana, giacché negli altri paesi “dottore” è solo chi ha il dottorato, ed al semplice laureato (o al mezzo laureato) non si riserva nessun trattamento o nessun titolo.

La verità, invece, è che siamo una società di padroni e di schiavi e sognamo tutti di essere padroni. Dovremmo invece cominciare a capire che siamo tutti uguali e che siamo tutti necessari allo sviluppo organico dello stato, a prescindere dal titolo di studio, dalla posizione sociale e dalla ricchezza. Dobbiamo cominciare a capire che il valore non dipende dal titolo, ma dal senso della responsabilità, dal rispetto per gli altri e per le leggi, dall’etica, dall’educazione, dall’altruismo, dalla capacità di amare di ciascuno di noi. Meglio uno spazzino rispettoso che un "dottore" stronzo ed ignorante, giacché la conoscenza non dipende dal livello di studi.

LA POLITICA DELL'ANTIPOLITICA

Sento spesso parlare di politica e di antipolitica. Non ultimo Ilvo Diamanti in un suo articolo su Repubblica, in cui analizzava la politica italiana ed una sua deriva immediata ed ipermediata. Mi spiego. Scrive Damanti (riportato in rosso), commentanto i risultato dell’indagine Demos &Pi, sulla valutazione dell’Esecutivo, che l’Italia è diventata una democrazia immediata in un doppio senso:

A) Perché ogni domanda e ogni spinta sociale si rovescia "immediatamente" sulla scena pubblica. Visto che non solo i media tradizionali (per prima la Tv), ma Internet, i cellulari e i palmari, FB e Twitter danno visibilità e rilevanza "immediata" a ogni rivendicazione e a ogni protesta. Mentre ogni rivendicazione e ogni protesta può, comunque, produrre conseguenze pesanti a livello pubblico e sociale, quando sia in grado di interrompere la comunicazione e la mobilità - strade, autostrade, città, aerei, ferrovie.

B) Ma questa democrazia appare, d'altronde, im-mediata, in quanto priva di "mediazioni" e di "mediazione". Per il deficit di rappresentanza politica espresso dai partiti. Per la tendenza e la tentazione di affidare l'unica forma di mediazione ai "media".

In realtà Diamanti si sbaglia, dato che confonde, come spesso accade, il media con il mittente. Il fatto che i nuovi movimenti sociali usino dei media, e soprattutto dei media non tradizionali (FB, internet, etc.) non significa che i media siano i mittenti. E questo lo porta al secondo errore nella sua analisi, un errore, se possibile, ancora più grossolano, ma ancora più diffuso, anche nel resto d’europa, e cioè quello di confondere la politica istituzionale con la politica. Scrive Diamanti:

Questa democrazia im-mediata e iper-mediata (dai media), al tempo stesso, può, forse, piacere a coloro che celebrano l'antipolitica e auspicano la morte della politica, dei politici e dei partiti. Ma rischia di compromettere le sorti della democrazia rappresentativa.

L’errore di Diamanti e di molti altri, compresi, se non soprattutto, dei politici tradizionali, è quello di pensare che la politica istituzionale esaurisca le vie della politica, ed anzi che la politica istituzionale sia la sola politica, cioè la sola attività degna del nome “politica”. Questo è ovviamente falso, giacché la politica istituzionale, soprattutto così come la conosciamo noi italiani, così come, sfortunatamente, siamo stati obbligati a vederla “fare” in decenni di democrazia imperfetta, è solo un modo di fare politica. Si badi che i politici istituzionali o di professione, insieme ai giornalisti politici, che sono organici a questo sistema politico istituzionale, hanno sempre tentato, con tutti i mezzi possibili, di escludere dal campo politico (inteso nei termini di Bourdieu), cioè dall’esercizio del potere, ma non dall’esercizio della politica, tutti quei soggetti o quelle forze non incluse nel campo politico così come delimitato dai politici di professione e dai media, elemento per altro fondamentale del campo politico burdieuiano. Potevano escluderli dal campo politico e dall’esercizio del potere, come in effetti hanno fatto, ma non potevano escluderli dall’esercizio della politica perché quei soggetti già creavano e diffondevano discorsi politici o realizzavano azioni politiche: manifestazioni, poster, critica, etc. Per quanto queste azioni e questi discorsi venissero emarginati o taciuti o minimizzati o nascosti o addirittura osteggiati.

Ora, i movimenti, gli indignati, i girotondi, e come essi i centri sociali, non sono soggetti antipolitici, come si sforzano di ripetere per farcelo credere i politici di professione ed i media, che da quelli dipendono. Tutt’altro. Sono soggetti altamente politicizzati e politici nel senso che realizzano azioni politiche e propagano discorsi politici. In realtà questa categoria di pensiero (politici sono solo I POLITICI) è talmente diffusa che gli stessi membri delle organizzazioni di indignati si definiscono, erroneamente, apolitici o aideologici. Questo è ovviamente impossiblie. Non sono DEI POLITICI, ma sono dei soggetti politici (e quindi ideologici). Sono dei soggetti politici anti-istituzionali, se proprio vogliamo trovare una cosa rispetto alla quale sono anti. L’errore di analisi di Diamanti lo porta ad errare le conclusioni, quando afferma che auspicano la morte della democrazia. In realtà questi movimenti sono il vero motore della democrazia, anzi ne sono l’unico vero motore, giacché è ampiamente dimostrato da decenni di storia italiana, che quella che abbiamo visto finora non era una democrazia rappresentativa, ma un’oligarchia al servizio dei potentati economici e delle varie caste italiane ed internazionali. Inoltre Diamanti identifica politica e partiti, e si sbaglia a considerare questa forma nuova di politica (di attività politica e di discorso politico) come nociva o letale per la democrazia. Potrà esserlo forse per la democrazia rappresentativa attuale,o per I POLITICI così come li abbiamo conosciuti finora, ma la democrazia che abbiamo visto finora è sola una forma di democrazia, se proprio lo era. Perché forse la democrazia (rappresentativa) è un’altra cosa.